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Domenico Sodano

EDITORIAL

Intervista a Mons. Francesco Alfano

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E’ da qualche mese che ha ricevuto la consacrazione episcopale! Mons Francesco Alfano, Arcivescovo chiamato alla guida della Diocesi di Sant’ Angelo dei Lombardi – Conza – Nusco – Bisaccia per la prima volta parla al nostro giornale. Lo abbiamo incontrato nella sua nuova Comunità, nella “terra delle migrazioni”, come lui dice, del passato ma anche del presente. Una terra in cui la fede è saldamente ancorata nella tradizione della sua gente, dove l’apertura alle nuove realtà si incastona  alle aspettative delle nuove generazioni. Comincia così il suo mandato:

chiedendo per questa Santa Chiesa di Dio di continuare, per fare di queste terre dei laboratori di pace!

Quali le prime impressioni su questa realtà affidatale e sul ministero che da qualche mese ha cominciato ad esercitare?

Le impressioni sulla realtà e sul ministero sono inscindibili, camminano insieme. Il parroco, ancor prima di essere vescovo, vive tra la gente testimoniando e aiutando a vivere  il vangelo, Al vescovo spetta una missione ben più ampia e complessa ma anche più entusiasmante. Sono andato dalla campagna alla montagna con tutto quello che questo comporta a livello culturale, sociale, a livello artistico, storico e religioso. Ho ereditato una realtà tanto affascinante nel suo mistero quanto nelle sue tradizioni, nelle problematiche come pure nelle speranze rivolte al futuro.

Quanto di una parrocchia il nuovo vescovo porta all’inizio del suo ministero pastorale, e quanto il vescovo chiede al vecchio parroco?

Domanda interessante se si pensa alle riflessioni che la chiesa in Italia sta operando sul tema della pastorale nelle parrocchie, oltre che alla mia esperienza personale. All’inizio passa molto del parroco. Il vangelo è la dottrina della vita e nel metterlo in pratica compiamo l’incontro col Signore nel quale crediamo. E’ condividendo tale esperienza che il vescovo aiuta ogni singola comunità  affinché si concretizzi questa esperienza. La parrocchia va incontra ed inserita nella vita della diocesi. E’ quanto cerco di realizzare: reintegrare ogni singola comunità. Il compito del vescovo è creare e sostenere questo percorso!

Nella propria parrocchia un parroco sente forte una necessità alla quale bisogna tenere di più. Quali i bisogni che per primi affronterà per la Sua diocesi?

Bisogna innanzitutto tener presente il cammino della chiesa universale. Il Papa ha consegnato alla chiesa universale la parola d’ordine della nuova evangelizzazione: aiutare la comunità dei credenti a riscoprire la fede. Oggi più che mai abbiamo la necessità di dare una motivazione più profonda alla nostra fede, aiutare i credenti a credere, infondere speranza senza dare nulla per scontato dinnanzi ad un mondo che si pone interrogativi seri. Ci sono domande che vengono dalle condizioni sociali, ambientali e culturali; c’è il problema dei giovani costretti ad andare via dalla loro terra; c’è il problema del lavoro, della famiglia e dei  piccoli nuclei costretti ad andare via se non trovano di meglio; il problema del pensare la politica in un modo nuovo. La chiesa si impegna a formare le coscienze sui problemi del bene comune e a cercare risposte che vadano veramente ad esaudire le urgenze di tutti.

A Suo avviso la politica può affiancarsi alla Chiesa per dare una mano concreta ai bisogni effettivi della gente?

Paolo VI diceva che la politica è la forma più alta di carità, quando viene messa a servizio del bene comune. E’ chiaro che come chiesa non ci viene chiesto di fare politica. La nostra missione è quella di annunciare il Vangelo dando speranza all’uomo. Si tratta di guardare e di collaborare, tenendo sempre presente ciò che l’uomo rappresenta con le sue esigenze primarie e le esigenze più profonde. La politica ha il dovere di affrontare e di risolvere sul nascere tutte le situazioni che possono bloccare tale sviluppo.

Giovanni Paolo II  ha dato, col suo papato, una svolta epocale alla chiesa universale. L’inizio di un nuovo pontificato dà origine ad interrogativi su quali saranno le mete da raggiungere. Quali le voci dei vescovi che giungono al Papa perché esso possa conoscere la realtà di una coscienza d’indirizzo del Mondo?

Molto bella questa domanda, la condivido! Il rapporto tra i vescovi delle chiese locali e il Papa e il servizio che il vescovo di Roma deve rendere alla chiesa universale sta alla base dell’esperienza della chiesa. Il Concilio Vaticano II ha ripreso, approfondito ed avviato questo rapporto di collegialità in modo più intenso rispetto al passato. Collegialità è comunione profonda, scambio e collaborazione concreta. Il cammino e le problematiche delle chiese locali arrivano alla chiesa di Roma perché possano essere riviste, rimesse insieme e rilanciate in modo nuovo. Il Papa ha iniziato il suo pontificato proprio rilanciando il tema della collegialità episcopale, chiedendo ai vescovi non di dargli una mano ma di guidare la chiesa con lui.Ha voluto che venissero messe in circolazione  le conclusioni del Sinodo affinché si potessero discute, prim’ancora che emanasse il suo documento.

E’ uno stile che aiuterà ancor più la comunione, il dialogo, verso la fermezza dei principi.

Quale a Suo avviso il problema più insistente che affligge la nostra società?

Viviamo una realtà nella quale, con la conquista delle tecnologie avanzate, abbiamo la possibilità di avere tutti i dati pensabili in pochi minuti ma corriamo il rischio di perdere ciò che è essenziale: noi stessi. L’uomo non può vivere senza cogliere il significato profondo della sua esistenza. Una vita vissuta in maniera approssimativa non soddisfa nessuno! E’ questa la sfida della società, della chiesa in particolare. Dobbiamo attrezzarci adesso a accompagnare questa svolta epocale che da sempre abbiamo percepito ma che stiamo da tempo ritrovando. In che modo? Sui punti fermi nei quali ritrovarci: la vita! Sulla relazione, sulla capacità del dono, nel dialogo interreligioso e interculturale. Tentiamo delle vie nuove, aiutiamo la società a partire dalle nuove generazioni per dare senso, fiducia e speranza.

Da sempre la chiesa è stata attenta a problematiche sociali molto forti. Quella discussa nell’ultima riunione della CEI relativa ai patti civili di solidarietà è stata tra le questioni più delicate e seguite Quale il suo parere?

Io partirei dal rispetto della persona. Lo Stato ha il dovere di garantirlo nel rispetto della  libertà d’ognuno. Come cristiano, è chiaro, che il valore della famiglia mi riporta alla sua dimensione sacramentale. La famiglia resta intoccabile e va in ogni caso salvaguardata e promossa, potrei dire protetta senza nulla togliere a certe questioni che non vanno ne demonizzate ne banalizzate. Credo piuttosto che bisogna trovare delle soluzioni giuste. Il problema perché la chiesa alza la voce non solo tramite i vescovi o il cardinale presidente ma tramite le comunità è di evitare una confusione tale da mettere sullo stesso piano situazioni particolari che mai possono essere promosse come modello con la cellula del matrimonio. Si affronti pure a livello giuridico questo tema, in  modo sereno, pacato, partendo sempre dal rispetto della persona. Si chiarisca invece a livello morale nel rispetto di una realtà che è già scelta di tanti. Si continui pure il dibattito scientifico, senza nessuno schema pregiudiziale, si affronti e ci si sappia confrontare anche da prospettive diverse. Si ascolti anche il parere della chiesa cattolica che è un parere non oscurantista ma che parte da principi religiosi fondati sul sacramento che è sempre amorevole dono di Dio per ogni uomo

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