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Domenico Sodano

EDITORIAL

Intervista a Beppe Vessicchio

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“Una bacchetta tutta napoletana” intervista a Beppe Vessicchio di Domenico Sodano.

La musica ha sempre fatto parte della sua vita, da quando suo fratello gli regala un disco di Sergio Mendez de Brasil ‘66. E’ emblematico la spinta musicale che gli da, è una sorta di folgorazione. E’ così che Beppe Vessicchio ci parla della sua “passione musicale” che da sempre lo accompagna nella vita. Affascinato dai musicisti di strada e dal loro mondo fatto di coscienza e di grande dignità, dice: “Sono proprio quelli che danno gli spunti maggiori e ci immettono in una ricerca particolare.”

…Momenti vissuti in intimità con la musica e momenti nel rapporto spettacolare con la musica. Qual è il rapporto tra i due?

“Lei dice la cosa giusta! Dov’è il rapporto tra i due?  Il mio tentativo è proprio quello di creare un rapporto solido fra loro,  far si che nel momento spettacolare ci sia una grande passione, quella che in effetti mi ha spinto, fin dal primo momento, ad occuparmi di musica. E’ una regola sempre presente nelle cose che faccio anche se il mondo dello spettacolo a volte impone delle necessità, degli adattamenti, delle scelte obbligate”

Ci troviamo nel teatro Triahnon che una sensibile operazione di restauro ha riconsegnato ad un quartiere simbolo della città di Napoli  portando ad una riscoperta storica di una tradizione forse dimenticata. Come vive l’impegno in un settore che oggi a Napoli attraversa un momento piuttosto difficile, in quanto Napoli vive in una tradizione ma non sempre perpetua quella tradizione?

“Sono stato lontano da Napoli per molti anni,  avevo bisogno di spazi espressivi. Fuori inoltre ho avuto la possibilità di stare a stretto contatto con il tessuto dell’industria  e del mercato musicale. La consapevolezza di essere napoletano, con la formazione  che questa città mi ha dato, ha fatto si che le cose si muovessero sotto una luce particolare ma soprattutto mi ha fatto capire quanto i napoletani dimenticano con facilità le proprie cose. Ho approfondito per questo quella naturale conoscenza musicale che tutti i napoletani hanno da sempre, riscoprendo inoltre il segno che i grandi autori ci hanno lasciato. Ho accettato quindi l’invito di dirigere questo teatro  dedicato alla canzone napoletana  rivoltomi da Gustavo Cuccurullo. Sono perciò ritornato nel cuore di Napoli, in un quartiere che amo, nell’idea di ritrovare per questa gente straordinaria il gusto delle loro cose, e per questa gente riscoprire le ragioni storiche della loro condizione.”

Come sente il fenomeno della musica neo-melodica oggi a Napoli?

“Esiste il bello e il brutto sotto ogni etichetta e in ogni tendenza. Trovo strana però la dicitura “neo-melodica”. Credo che la melodia a Napoli non sia mai stata abbandonata. Quindi “neo” assolutamente no, ne in un verso ne in un altro, ne come punto nero ne come nuovo. Il problema, invece, penso sia di tutt’altra natura. Tutti coloro che operano nel settore non hanno nessun contatto reale con le strutture sia culturali che di mercato. Si muovono in balia delle mille proposte musicali, spesso rimanendo abbandonati a loro stessi, privati di qualsiasi forma di confronto, in quanto non esiste una classifica, non esiste un punto di riferimento qualunque, non ci sono operatori qualificati, non ci sono valide guide professionali. E’ tutto allo sbaraglio, sono tutti tentativi che rendono difficile il loro monitoraggio o  la capacità di penetrazione di alcuni di questi segnali.”

Cosa trova di interessante oggi nella musica napoletana?

“I napoletani perché sono straordinari e la loro capacità, unica, di rapportarsi alla musica. Lo dico perché lavoro con i musicisti di tutt’Italia e con i cantanti del resto del Mondo. Il loro approccio con la musica è incredibile”

E’ di questi giorni il filone San Remo. Come si rapporta nei confronti del festival oramai italo-internazionale?

“San Remo è per me come una festa comandata, scandisce una parte dell’anno. E’ come una primavera che  sulla riviera ligure arriva con largo anticipo. Dal punto di vista strutturale trovo che nel corso degli anni abbia  perso importanza. Non serve neanche più al mercato discografico. C’è una formula che mi auguro possa risultare quanto meno efficace. Personalmente non ci sarò, lo vedrò quindi da casa, non guferò come fa solitamente chi non c’è, anzi, mi auguro per Toni Renis, che conosco ed è un amico, che le sue scelte possano segnare la svolta nella direzione giusta di cui lui parla.”

Diciamo che San Remo in quanto manifestazione musicale rientra nel grande firmamento della musica. Questa edizione potrebbe essere perciò una meteora?!

…..Si

…considerato che San Remo, come la canzone Napoletana, vive di tradizione…

“Si, infatti. San Remo è un mix di cose, è anche l’opportunità per scagliarsi contro le vecchie cose per affermare le nuove. Ho paura che la città sia radicale, però questo è prematuro dirlo. Mi sembra che ci sia solamente il tentativo di promuovere un certo tipo di immagine e di linguaggio. Bisognerà assolutamente vedere, e sono molto curioso devo dire, sono molto curioso. Comunque condivido perfettamente la sua affermazione!”

Con quali generi musicali si è maggiormente identificato e con quali interpreti ha trovato il feeling maggiore?

I cantanti hanno valenze diverse, fuori e sopra il palcoscenico. Ci sono degli artisti con i quali, fuori dal palcoscenico, ho stabilito dei rapporti molto profondi, altri nei quali ho avvertito un magnetismo dato dalla loro personalità particolare. Ammiro invece quelli che sul palcoscenico fanno sentire la loro profonda sapienza proponendosi in tutto l’egocentrismo dell’artista vero. Ricordo Mia Martini: un istinto bestiale per il canto da sorprendere, la nobiltà della suono della voce e di ogni singola nota di Roberto Murolo, la pungente perforazione di Sergio Bruni nelle sue interpretazioni, l’irriverenza di Elio e le storie tese, la rotondità e la complessa semplicità proposta dagli Avion Travel. Ognuno ha mostrato un lato affascinante della propria personalità nel quale necessariamente ho dovuto interpormi.”

Il maestro Vessicchio e la televisione…

“Odio e amore! La televisione rappresenta un mondo parallelo e virtuale. Viviamo più nel parallelo televisivo che in quello reale. La gente quando mi incontra scinde le due persone: Voi siete quello della televisione? Come se fossimo due persone diverse. Questo ci da il segno di quanto la televisione sia diventata una macchina pericolosa per quanto di fondamentale e sostanziale può determinare. Mi sento invece a mio agio quando mi occupo di musica e spettacolo, molto meno quando parlo in televisione oppure quando mi trovo coinvolto nella fiction televisiva.”

Come vede il ritorno di un festival a Napoli magari sulla possibile scia della storica piedigrotta  napoletana?

“Ahimè impossibile, anche se sono uno di quelli che si adopera perché ciò avvenga. Se non riusciamo prima a creare le condizioni economiche di struttura e di mercato non abbiamo futuro. Ne verrebbe fuori un’edizione che non troverebbe riscontri, un’edizione senza confronti ne crescita. In fondo quello che è accaduto a San Remo negli ultimi anni, dove si è fatto uno spettacolo funzionale solo per la televisione. A mio avviso il festival di Napoli è finito nel 1971 con l’ultima edizione di Capri chiudendo un’epoca d’oro fatta di una cultura particolare in un contesto storico preciso.”

La musica  e la tecnologia: come vede la scoperta di nuovi stili, nuovi generi, nuovi strumenti musicali, considerato che la canzone napoletana anche con una semplice chitarra e un mandolino è sempre la canzone napoletana?

La canzone napoletana rimane la canzone napoletana indipendentemente da come possa essere proposta o realizzata nella infinità delle sue possibilità espressive. La tecnologia è molto utile perché è una offerta importante che supporta la creatività.”

Di progetti, anche per scaramanzia, siamo a Napoli, non se ne parla. Verso quali indirizzi  punta le sue scelte e le proposte future?

“ Verso la diffusione del live. Vorrei che la gente uscisse di casa per andare in un luogo preciso ad ascoltare quanto quella sera viene proposto. Mi auguro che il futuro sia fatto di tanta musica dal vivo con un  recupero della “civiltà dell’ascolto”. Alla sperimentazione, in tutti i campi dell’arte, poi, rivolgo la mia più totale curiosità! “

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