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Domenico Sodano

EDITORIAL

Intervista a Giorgio Albertazzi

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Una “lezione” di teatro…

Intervista a Giorgio Albertazzi: l’ultimo grande del teatro Italiano

E’ uno scenario suggestivo quello del Foro Pompeiano nel gioco sincrasico delle sue luci notturne. Ha da poco ultimato le prove della sua commedia…il Maestro. Con lui ci incamminiamo per le plumbee vie della città sommersa. Occhiali scuri, il classico berretto da regista: pare di avere appena terminato uno di quei tanti fatidici ciak… “Ormai l’ho detto a tutti: io sono coetaneo di Shakspeare…credo di aver incontrato anche Dante, almeno un paio di volte nella mia vita, una volta l’ho incontrato a Firenze vicino a palazzo vecchio. Dante era un tipo molto riservato, sempre vestito di scuro. Camminava rasente i muri ed era sempre un po’ grigio, tanto che le donne di Mantova dicevano: “Dio, Alighieri! Hai visto com’è? …Affumicato… Per forza! Ormai viene dall’inferno, gli rimane sempre addosso… un po’ di polvere.”


Maestro lei ritorna a Pompei dopo trent’anni…

“…dove ho girato un film, tratto da un racconto di Froid, scritto e diretto da me e che vinse poi al Festival del cinema di Locarno. Aveva come protagonista Laura Antonelli; era per lei il suo primo film. Pensai di girarlo interamente a Pompei perché  ho sempre creduto che l’archeologia sia imparentata con la psicanalisi la quale non fa null’altro che tirar fuori dalle persone ciò che è di vecchio, che è antico. Il fatto poi che in una delle scene ci fosse una vela è una sorprendente analogia con la stessa presenza, sulla scena, nella commedia che a trent’anni di distanza insceniamo proprio nel teatro grande di Pompei.” 

Come mai il “silenzio delle sirene”?

“E’ un testo scritto da me diversi anni fa ma il titolo e tratto da un minuscolo racconto di  Kafka il quale ipotizza che le sirene invece di cantare stiano zitte. Il fatto che stiano in silenzio lascia presupporre che chi li ha avvicinate le abbia messe a tacere: una sorta di vittoria sul silenzio. Vedi? Stanno zitte…le ho vinte!”

Ma comunque ha a che fare con il nostro territorio…

“Si…Qui, proprio qui, c’è un incontro di civiltà nel respiro di culture diverse: gli Etruschi e i Greci che dal Peloponneso sbarcarono a Metaponto, a Sibari…Poi, sa? Io davvero ho conosciuto una sirena! E’ la mia professoressa di Latino e Greco; si chiamava Cinìta. Oh…Cinìta! Era bellissima. Mi chiamava alla cattedra perché recitassi Omero e Dante; non capivo niente di quanto dicevo ma il solo fatto di starle ad un metro di distanza mi creava una tensione inimitabile.”

Ecco perché lei canta…l’amore

“L’amore non condiviso che fa scrivere grandi cose. Dante non avrebbe mai scritto la Divina Commedia, Petrarca non avrebbe mai così poetato se entrambi si fossero coniugati. Bisogna evitare di coniugarsi, avere tanta fantasia ed essere abbastanza poeti per scrivere grandi pagine.”

A cosa conduce dunque questo insolito, stordente silenzio delle sirene?

“Alla registrazione della prima puntata di un programma televisivo in onda prossimamente su Rai Due che pressappoco si intitolerà:”Albertazzi e Fo raccontano il teatro italiano”. Come lei ha avuto modo di vedere, non è altro che la rappresentazione della nascita del teatro fliacico, i primi momenti della nascita del teatro in Italia. Allo sbarco dei Greci non esisteva il teatro, c’erano soltanto dei residui teatrali etruschi. Ecco dunque l’idea scenografica di rappresentare il cassero di una nave, che è pure il piccolo palcoscenico su cui si esibivano i protagonisti di quel teatro, che si incaglia nelle coste meridionali della nostra penisola, lasciando così che approdi la forma greca del tragico, dell’apollineo, del dionisiaco.”

…che viene sorprendentemente trasformato…

“Si! Euripide, Sofocle, Eschilo, trasformati in una parodia che viene accresciuta notevolmente attraverso una prorompente azione, caratterizzata da una turbinosa forza mista a volgarità nella visione esaltante della sessualità, tra le ben note cerimonie per i raccolti e le mitiche danze dionisiache. Una forma che muta, che si  adatta e si ispira agli abitanti della penisola, intrecciandosi con l’irriducibile elemento italico.”

Ritorniamo alla produzione televisiva in collaborazione con Dario Fo. Perché il sodalizio Albertazzi, Fo, Rame sorprende il mondo politico?

“Perché Dario volge la sua ideologia in un estremo impegno…, diciamo, a sinistra! Si dice così, vero? Oggi non si sa bene cosa sia la destra o cosa sia la sinistra. Siamo un po’ come i soldati della prima guerra mondiale ai quali chiedevano: qual’è la destra? Non lo so caporale! Allora guarda, dove ti metto un fiocco li è la destra. E ancora gli si chiedeva: fiocco! E tutti alzavano la mano…Mah! Cosa ne posso sapere, siamo un po’ sul vago. La sinistra pende sempre di più verso destra o verso il centro, la destra pure verso il centro. Sta di fatto che io sono profondamente, convintamene, filosoficamente anticomunista! E’ questo che mi divide da Dario.”

E il mondo dello spettacolo come guarda questa collaborazione?

“Mah! La Rai mi ha semplicemente proposto di raccontare il teatro che non è la stessa cosa che farlo. Sono stato un protagonista del teatro in televisione, lo ho praticamente inventato! La collaborazione con Dario poi nasce spontanea: lui mi telefona chiedendomi di scrivere dei testi, io lo chiamo…, per non parlare del rapporto epistolare che ho con Franca. Sono stato io a proporre alla televisione di registrare un programma che fosse articolato da entrambi, soprattutto per il fatto che Fo ha questa straordinaria capacità di raccontare la storia del mondo con un taglio squisitamente sociale, oltre che politico. Per farle un esempio…di Francesco D’Assisi, lui, racconta che con le corde tira giù le torri dei nobili invece che è un poeta di Dio. Non è straordinario?” 

Come lei ha scritto: “il successo è sempre perdente?”

“No. Il successo è perdente nei geni! Nella vita ho fatto tante cose ma molte cose grandi, come idee, non le ho realizzate!”

Quale in particolare?

“Il viaggio di Enea; partire dalla città di Troia su di un vascello per toccare tutti i luoghi della sua storica memoria fino alla volta  di Roma. E ancora, avrei voluto declamare Dante su di un cratere dell’Etna con cantanti e attori di nazionalità diversa. …Non ho potuto realizzare tutto questo! Vede, come il successo può diventare perdente?”

La realizzazione di un disco con Gerard Philippe e Pablo Neruda, adesso le suggestioni musicali dei Synaulia con la loro archeologia musicale, come la scelta quindi l’amalgama di tutto quanto?

“Si, e pensi che Neruda ha realizzato il suo unico disco con me. Era straordinario, pareva che con la voce, con quella sua particolare dizione evocasse dei lamentosi strumenti Andini. La musica ha praticamente accompagnato la mia vita, il jazz poi mi ha sconvolto fin da bambino. Ecco quindi la recitazione di versi sulle improvvisazioni jazzistiche di Polo Fresuli. La poesia è musica! Lo hanno detto perfino i Formalisti Russi, questo straordinario gruppo di ricercatori. La poesia è prima suono e poi parola: questa è la verità. Non faccio altro che partire dal verso in quanto esso è disciplina e fantasia insieme, è ritmica e semantica, significato e significante.”

Quanto hanno inciso i riflettori accesi sulla sua vita di teatro e sulla sua vita personale?

“Questa distinzione non l’ho mai fatta. Non sono un professionista, sono un artista! Per me l’arte è la vita, per cui, sia nell’uno che nell’altro caso, i riflettori sono stati sempre accesi. Non faccio distinzione alcuna, ecco perché non mi riposo mai e sono continuamente in movimento finché starò dritto e veloce e la natura me lo consentirà. Piè veloce Achille! Finché starò così me la godo e sono felice…

…Il capitano si allontana, ci saluta, ma ancora ripete: “siamo capitati sul mito di Ulisse. Il suo mito incarna il testo ma ci si discosta dal Silenzio delle Sirene per giungere alle mie elucubrazioni su questo cielo Campano, su questa terra dove forse ha messo i piedi Pitagora…dove si è celebrato l’inizio della nostra civiltà”

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